L'overtourism di Venezia: cosa sta succedendo e come visitarla in modo diverso
Overtourism a Venezia: i dati su contributo d'accesso, presenze e residenti, e come visitare la laguna e il Nord-Est in modo diverso.
Parlare di overtourism a Venezia non è un'opinione: è una contabilità. Il caso veneziano è diventato il simbolo europeo del turismo di massa, e i numeri spiegano perché. A Pasqua 2026 hanno visitato il centro storico in media circa 93.000 persone al giorno, sommando escursionisti giornalieri (intorno ai 38.000) e turisti che pernottano in città e nel resto del Comune. Nello stesso momento, gli abitanti che vivono davvero tra calli e campielli erano 47.652 all'8 gennaio 2026, in calo di 780 unità in un anno. La proporzione si è rovesciata: chi visita supera stabilmente chi resta.
Lo spopolamento non è un dettaglio nostalgico. Nel 1951 il centro storico contava 174.808 residenti; erano circa 62.000 nel 2005, 55.589 nel 2015, oltre 52.000 nel 2020. In settant'anni Venezia insulare ha perso circa il 70% dei suoi abitanti. Le cause sono concrete: case introvabili in affitto perché convertite in alloggi turistici, costo della vita alto, servizi tarati sul visitatore più che sul cittadino. Una città può morire anche restando bellissima.
La risposta più discussa è il contributo di accesso, introdotto in via sperimentale nel 2024 per gli escursionisti giornalieri. Nel 2024 si applicava in 29 giornate al costo di 5 euro; nel 2025 è passato a 54 giornate con doppia tariffa; nel 2026 le giornate "a pagamento" sono diventate 60, dal 3 aprile al 26 luglio. Oggi costa 5 euro prenotando entro il quart'ultimo giorno prima dell'arrivo, 10 euro se si paga negli ultimi tre giorni, ed è dovuto dalle 8:30 alle 16:00. Sono esenti residenti del Comune, veneti, under 14 e chi pernotta (perché paga già la tassa di soggiorno).
Funziona? I dati dicono poco. A Pasqua 2026 il contributo è stato versato da circa 13.000 escursionisti: una frazione dei 38.000 pendolari giornalieri. Il limite che molti osservatori segnalano è che non esiste un tetto massimo di ingressi: il biglietto fa cassa e responsabilizza, ma non chiude i tornelli quando la città è piena. Per questo si discute di una soglia numerica vera, capace di riportare le presenze da 90.000 a 60.000 al giorno in un decennio.
Nell'attesa, la cosa più utile che un viaggiatore può fare è cambiare il proprio modo di andarci. Primo: scegliere il periodo. Venezia in novembre, gennaio o febbraio è un'altra città, con la nebbia sui rii e le botteghe libere; il contributo nemmeno si applica, perché quei mesi non sono "giornate da bollino". Secondo: dormire in città invece di mordi-e-fuggi, così i soldi restano agli artigiani e ai residenti. Terzo: uscire dall'asse Rialto-San Marco verso Cannaregio, Castello, le isole minori e la laguna nord.
Ma "visitare Venezia in modo diverso" significa anche allargare lo sguardo al Nord-Est sull'acqua, che offre la stessa civiltà lagunare e fluviale senza la calca. Abbiamo raccolto le alternative dirette in due guide: città e borghi sull'acqua lontani dalla calca e il Nord-Est sull'acqua senza overtourism, pensata proprio per chi cerca un'altra Piazza San Marco.
Nel Veneto stesso ci sono mete che assorbono il visitatore senza saturarsi. A Padova si può salire la scala di marmo del Bo, cuore dell'università più antica del Veneto. Tra le colline si trovano la romanica San Giorgio di Valpolicella, la Pieve di San Pietro di Feletto nelle terre del Prosecco e, sul Garda, la chiesa di San Severo a Bardolino.
Il Friuli-Venezia Giulia custodisce la stessa eredità adriatica e bizantina che rese grande Venezia: i mosaici di Aquileia, gli stucchi del Tempietto longobardo di Cividale, l'abbazia di Sesto al Reghena, il borgo ricostruito di Venzone e le acque cristalline di Polcenigo e il Gorgazzo.
E poi c'è l'Emilia-Romagna del delta, dove la laguna diventa fiume: l'abbazia di Pomposa, il Bosco della Mesola, i cortili di Ferrara e Argenta con la sua bonifica. Venezia merita di essere vista; ma il modo in cui la guardiamo decide se aiutarla o consumarla.