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Monumenti dimenticati: perché tanti beni culturali italiani restano invisibili

Castelli, abbazie e siti archeologici minori: perché restano invisibili tra fondi scarsi, manutenzione assente e foto che mancano online.

Monumenti dimenticati: perché tanti beni culturali italiani restano invisibili

Parlare di monumenti dimenticati e beni culturali in Italia significa fare i conti con un paradosso: il Paese con il maggior numero di siti UNESCO al mondo lascia in silenzio migliaia di castelli, abbazie e rovine che non finiscono mai in una guida. Non è questione di bellezza mancante. È una catena di problemi concreti: poche risorse, manutenzione ridotta all'emergenza, e una visibilità digitale quasi nulla. Un bene che nessuno fotografa, di fatto, per il turista non esiste.

Il primo nodo sono i fondi. La Corte dei Conti ha più volte descritto una gestione del patrimonio guidata da una logica dell'emergenza, senza programmazione pluriennale, con interventi a carattere puramente manutentivo proprio perché le risorse sono esigue rispetto all'enormità dei beni da tutelare. Il risultato è che le grandi città d'arte si ammalano di overtourism mentre i centri minori restano abbandonati, pur potendo riequilibrare i flussi. È esattamente lo spazio in cui si muove l'undertourism: non l'esotismo del posto sconosciuto, ma la scelta di dare valore a ciò che esiste già e nessuno racconta.

Pensiamo alle abbazie. Le rovine cistercensi dell'Abbazia del Goleto in Irpinia, o l'abbazia senza tetto di San Galgano in Toscana, sono monumenti di prima grandezza che sopravvivono spesso grazie a volontari e piccole associazioni. Il chiostro romanico di Vezzolano nel Monferrato, l'abbazia longobarda di Sesto al Reghena in Friuli e San Vittore alle Chiuse nelle Marche raccontano secoli di storia che non entrano nei circuiti perché manca chi li promuova, non perché manchi la materia.

Vale lo stesso per i siti archeologici. A Metaponto le Tavole Palatine sono un tempio greco lasciato solo nella campagna lucana; a Crotone, l'unica colonna superstite di Capo Colonna veglia sullo Jonio dove sorgeva uno dei santuari più ricchi della Magna Grecia. La città romana di Carsulae in Umbria, il santuario sannita del tempio italico di Schiavi d'Abruzzo, i mosaici paleocristiani di Aquileia e la città fenicio-romana di Tharros che si sgretola sul mare del Sinis: tutti luoghi che a Pompei farebbero notizia e qui restano confidenziali.

E i castelli. La fortezza greca di Eurialo che Siracusa dimentica, il castello scavato nella roccia di Sperlinga in Sicilia, Rocca Calascio sull'Appennino abruzzese o il nuraghe Losa di basalto nero in Sardegna: strutture monumentali la cui sorte dipende da pochi addetti e da stagioni di apertura ridotte.

C'è poi un secondo nodo, meno visibile ma decisivo: le foto che mancano. In Italia il Codice dei beni culturali (il "Codice Urbani", D.Lgs. 42/2004) regola la riproduzione delle immagini dei beni pubblici. Le riforme del 2014 e 2017 hanno liberalizzato foto e divulgazione per scopi non di lucro, ma l'uso commerciale resta soggetto ad autorizzazione, e l'Italia non riconosce la "libertà di panorama" presente in altri Paesi. È qui che entra in gioco un'iniziativa come Wiki Loves Monuments, il concorso fotografico promosso da Wikimedia che ogni anno cerca di riempire i vuoti di Wikipedia. Il lavoro più faticoso, raccontano gli organizzatori, non è scattare: è raccogliere le liberatorie dai Comuni, molti dei quali non rispondono nemmeno. Senza quell'autorizzazione, l'immagine di un monregio castello non può circolare con licenza libera, e il bene resta una riga di testo senza volto.

Il circolo vizioso è chiaro: pochi fondi, poca manutenzione, poca documentazione, poca conoscenza, quindi ancora meno pressione per finanziare. Romperlo non richiede solo soldi pubblici. Il FAI, con i suoi censimenti dei "Luoghi del Cuore" e i modelli di gestione partecipata, dimostra che la cura "dal basso" funziona, quando la burocrazia non la soffoca equiparandola a una concessione onerosa.

Cosa può fare un viaggiatore? Più di quanto sembri. Andarci fuori stagione, pagare il biglietto, fotografare e taggare con consapevolezza, segnalare un bene trascurato a un censimento. La visibilità è il primo restauro possibile. Ogni meta che inseriamo in un itinerario, e ogni scatto caricato con licenza libera, sottrae un monumento all'invisibilità prima ancora che cada il prossimo pezzo di intonaco.

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