Le Tavole Palatine di Metaponto: un tempio greco lasciato solo nella campagna lucana
Quindici colonne doriche in piedi da venticinque secoli, in mezzo agli ulivi e ai campi della Basilicata jonica: un frammento di Magna Grecia che quasi nessuno si ferma a guardare.
Foto: Mateola (CC BY 3.0) — Wikimedia Commons
Esci dalla statale 106 Jonica, tra Matera e Taranto, e all'improvviso le vedi: quindici colonne doriche che spuntano dai campi, senza biglietteria all'ingresso, senza folla, senza file. Le Tavole Palatine sono ciò che resta di un tempio greco del VI secolo a.C., costruito dai coloni di Metaponto su un dolce rialzo vicino alla sponda destra del fiume Bradano. Per secoli sono rimaste qui, a guardare la campagna lucana cambiare intorno a loro.
In origine le colonne erano trentadue, disposte su due file lunghe da dodici e due corte da sei, secondo lo schema del tempio dorico periptero. Oggi ne restano in piedi quindici, con i loro capitelli e qualche tratto di architrave: dieci su un lato, cinque sull'altro. A lungo si è creduto che il santuario fosse dedicato ad Atena; ritrovamenti successivi hanno fatto propendere per il culto di Hera. Resta comunque un tempio extraurbano, costruito lontano dalla città, lungo un'antica via.
La cosa più rara è il silenzio. Qui non c'è la coda dei templi di Paestum né la calca di Agrigento. Spesso si è soli, con il vento tra le pietre e il profumo degli ulivi. La luce calda del tardo pomeriggio accende la pietra dorata delle colonne e allunga le ombre sui campi: è il momento in cui il luogo dà il meglio di sé.
A pochi chilometri si trova il Parco archeologico dell'area urbana di Metaponto e il Museo archeologico nazionale, che aiutano a ricostruire il contesto di questa colonia achea. Vale la pena abbinarli, magari in un itinerario lento che includa anche Bernalda e la costa jonica, fuori dalle settimane di pienone balneare.
Si arriva facilmente in auto, con parcheggio libero a bordo strada. Porta acqua e cappello: l'area è aperta e l'ombra è poca. Cammina sui sentieri segnati, non salire sui basamenti e non toccare le colonne. Restare un po' più del previsto, in silenzio, è il modo migliore per onorare un posto che ha aspettato venticinque secoli.