La Romita, Roma Norte, Città del Messico, Messico

Plaza de Romita: il villaggio di Aztacalco sopravvissuto dentro la Roma di Città del Messico

Una piazzetta acciottolata con cappella del 1530 nella Roma Norte di CDMX: l'antico isolotto di Aztacalco e il set de Los Olvidados.

Plaza de Romita: il villaggio di Aztacalco sopravvissuto dentro la Roma di Città del Messico

Foto: Xiyo (CC BY-SA 4.0) — Wikimedia Commons

Nella Roma Norte di Città del Messico, il quartiere dei caffè di specialità e delle case in stile Art Déco, c'è un punto in cui le strade si restringono di colpo. Imboccando la calle Real de Romita, a un isolato dall'Eje Cuauhtémoc e a tre dall'avenida Chapultepec, si sbuca in una piazzetta acciottolata: la Plaza de Romita. Al centro una fontana circolare e qualche albero fronzuto, sul lato la cappella di San Francisco Xavier. È il cuore di La Romita, un microquartiere con vie più strette del resto della Roma, fisicamente dentro la colonia ma storicamente a parte.

Il nome originario è Aztacalco, "luogo degli aironi" in nahuatl. Prima che la Roma esistesse, qui c'era un isolotto circondato dai canali del lago di Texcoco, ai margini sud-occidentali di Tenochtitlan. Dopo la conquista la popolazione indigena restò sul posto, mantenendo una sua autonomia anche quando il lago venne prosciugato e l'abitato si saldò al resto della città. Il soprannome "Romita" arrivò nel Settecento: un viale alberato che da qui portava a Chapultepec ricordava ai visitatori europei una passeggiata di Roma, in Italia. Compare nei documenti del municipio dal 1752.

La cappella è l'edificio più antico e più carico di storia del quartiere. La prima costruzione religiosa risale attorno al 1530, pochi anni dopo la caduta di Tenochtitlan: una ermita voluta nell'ambito dell'evangelizzazione francescana e dedicata a Santa María de la Natividad Aztacalco. Nei secoli cambiò più volte titolare fino all'attuale San Francisco Xavier, consacrato nel 1929; la navata e la facciata furono modificate nel 1973. È un tempio piccolo, a navata unica, con campanile di un solo corpo, portale sobrio e una cappella aperta a balcone accanto alla facciata; all'interno si conservano le travi di legno del tetto. Nel 1944 fu dichiarata monumento del patrimonio culturale della città. La devozione è tuttora vivissima: ogni 28 del mese arrivano i fedeli di San Judas Tadeo, e nella cappella si venerano anche il Cristo Olvidado e San Martín de Porres.

La piazza ha pure una memoria letteraria e cinematografica. Nel 1950 Luis Buñuel vi girò diverse scene de "Los Olvidados", il suo ritratto crudo dell'infanzia di periferia: davanti a questa cappella El Ojitos viene abbandonato dal padre. José Emilio Pacheco, nel romanzo "Las batallas en el desierto", riportò la fama cupa che il quartiere aveva nella prima metà del Novecento, quando lo si raccontava come un mondo a sé. C'è una storia ancora più dura: nell'epoca coloniale, secondo la tradizione, i ladri condannati venivano impiccati agli ahuehuetes del luogo, dopo essere passati nel tempio ad affidare l'anima ai frati.

Si visita in dieci minuti, ma vale la pena sedersi sul bordo della fontana e guardare la sproporzione: dietro le spalle la Roma turistica, davanti un villaggio che non si è lasciato assorbire. La piazza è all'aperto e si gira liberamente; per entrare in cappella conviene capitare in orario di funzione o nei giorni di festa, quando è certamente aperta. Come arrivare: metro Insurgentes (linea 1) o le stazioni del Metrobús sull'avenida Insurgentes, poi pochi minuti a piedi verso est lungo la calle Puebla fino a imboccare Real de Romita. Si paga nulla. È a due passi dai locali della Roma, eppure quasi nessuno svolta in quei vicoli.

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