Civitacampomarano, il borgo che parla attraverso i muri
Tra i calanchi del Molise, un paese quasi disabitato ha trasformato lo spopolamento in arte urbana: pochi abitanti, nessuna folla e un castello dimenticato che domina la valle.
Foto: Sicardus (CC BY-SA 3.0) — Wikimedia Commons
Ci sono borghi che resistono restando uguali a se stessi, e borghi che hanno scelto di reinventarsi. Civitacampomarano, arroccato tra i calanchi argillosi del Molise interno, appartiene alla seconda categoria. Qui vivono poche centinaia di persone, e il centro storico, fatto di vicoli stretti e case di pietra, sembra a tratti sospeso nel silenzio. Eppure proprio questo svuotamento ha generato qualcosa di inatteso: i muri delle abitazioni abbandonate sono diventati tele per un festival di arte urbana che ogni anno richiama artisti da diverse parti del mondo.
Camminare per il paese significa imbattersi in murales che dialogano con la pietra antica, con le finestre murate, con i panni stesi delle poche famiglie rimaste. Non è un museo a cielo aperto pensato per i turisti, ma un esperimento di comunità che cerca di tenere viva la memoria del luogo. Sopra il borgo si erge il castello angioino, una fortezza che ha attraversato i secoli e che osserva dall'alto la valle e i calanchi, quei rilievi erosi che danno al paesaggio un aspetto quasi lunare.
Civitacampomarano è anche legata alla figura di Gabriele Pepe, patriota dell'Ottocento qui nato, ma il fascino vero del posto sta nella sua quotidianità sospesa: una piazza dove ci si saluta per nome, un bar che chiude presto, il vento che corre tra le case vuote. È un Molise che non si vende, e forse per questo non si è ancora consumato.
Per visitarlo conviene evitare i giorni del festival primaverile, quando arriva l'unico picco di presenze. Il resto dell'anno il borgo è praticamente vostro. Arrivateci in auto, prendetevi tempo, parlate con chi incontrate: è un viaggio lento, in un angolo d'Italia che chiede solo di essere ascoltato.