Ciclovia del Canale Cavour tra le risaie del Vercellese
Nella pianura tra Vercelli e Novara, gli argini sterrati del Canale Cavour attraversano le risaie allagate che a primavera diventano un grande specchio d'acqua. Un paesaggio piatto, silenzioso e quasi ignorato dal cicloturismo, dove la fatica è poca e lo stupore tanto.
Foto: F Ceragioli (CC BY-SA 3.0) — Wikimedia Commons
C'è un Piemonte d'acqua che quasi nessuno pedala. Mentre i ciclisti affollano le colline del vino, la pianura del riso resta vuota: piatta, geometrica, fatta di canali dritti come righelli e di campi che a maggio si riempiono d'acqua fino a diventare specchi. Su quegli specchi, nelle giornate limpide, si rovesciano le Alpi. È il regno del Canale Cavour, l'opera idraulica ottocentesca voluta per portare l'acqua del Po e della Dora alle risaie, e oggi una delle ciclabili più ipnotiche e meno frequentate del Nord.
Il filo conduttore è l'argine. Il canale parte da Chivasso, dove preleva l'acqua dal Po, e corre per decine di chilometri verso est fino a Galliate, in provincia di Novara, scavalcando con ponti-canale altri corsi d'acqua: il passaggio sopra la Dora Baltea e quello sul Sesia sono opere d'ingegneria che meritano una sosta. Lungo il tracciato si toccano i centri della bassa vercellese e novarese, ma il cuore dell'esperienza sta tra Vercelli e i borghi del riso come Larizzate, Lignana, Borgo Vercelli, dove l'orizzonte è solo risaia, cascine isolate e filari di pioppi.
Vercelli è la base naturale: ci si arriva comodamente in treno con la linea Torino-Milano, il che permette di lasciare l'auto a casa e disegnare anelli o tratte lineari rientrando da un'altra stazione. La città stessa, con la basilica di Sant'Andrea, vale una mezza giornata prima o dopo la pedalata.
Sul fronte tecnico è un itinerario alla portata di quasi tutti. Il fondo è quasi sempre sterrato d'argine, a tratti erboso o ghiaioso, ideale per una gravel o una mountain bike, sconsigliato per una bici da corsa con gomme sottili. Il dislivello è praticamente assente: si pedala in piano, e questo rende la giornata lunga ma mai dura. La difficoltà vera è un'altra: gli argini non sono una ciclovia segnalata in modo continuo, alcuni tratti sono interrotti o richiedono brevi deviazioni su strade di campagna, quindi conviene studiare la traccia in anticipo e mettere in conto qualche aggiustamento. Niente che spaventi, ma serve spirito d'esplorazione più che la voglia di seguire i cartelli.
Il periodo fa tutto. La magia delle risaie-specchio dipende dall'allagamento: la finestra migliore è la tarda primavera, indicativamente da fine aprile a maggio e inizio giugno, quando i campi sono pieni d'acqua e il riso è ancora basso. È il momento in cui le Alpi si riflettono e la luce del mattino o del tramonto trasforma la pianura in qualcosa di irreale. Una seconda finestra buona è settembre, all'inizio dell'autunno, con le risaie ormai dorate prima della trebbiatura e l'aria più fresca. In piena estate il caldo umido della pianura e le zanzare rendono la pedalata meno piacevole, e l'acqua nei campi diminuisce. Proprio perché il fascino è legato a momenti precisi e a un paesaggio considerato 'minore', qui non troverete file di cicloturisti: incrocerete più aironi che persone.
Un consiglio pratico: partite presto, all'alba o poco dopo. È l'ora in cui l'acqua è immobile e i riflessi sono perfetti, la luce è morbida e gli aironi cenerini sono in caccia lungo i fossi. Portate con voi acqua a sufficienza, perché tra una cascina e l'altra i punti di rifornimento sono radi e i bar di paese chiudono presto; un panino preso a Vercelli prima di partire può salvarvi il pranzo in mezzo al nulla verde. E tenete d'occhio il vento: in pianura aperta può diventare il vostro unico vero avversario, quindi se potete pianificate l'andata controvento e il ritorno con il vento a favore. Infine, rispettate il lavoro delle cascine e delle aziende risicole: gli argini sono strade di servizio, e il modo migliore per tenere questi luoghi accoglienti verso i ciclisti è pedalarci con discrezione.